Amorosa ambivalenza nel pensiero poetante



Dalla rivista “Lunarionuovo” n. 14

Fare poesia è, più che creare, sentirsi creare, sentirsi nascere. Ne consegue. come evidenziano gli autori di questo saggio-dialogo, che meditare e scrivere sulla poesia risalendo alle sue fonti generative e rigenerative non è azione "critica" nel senso convenzionalmente inteso di rendere conto di un oggetto fattizio: non può non costituire a sua volta una situazione di nascita, una meditazione sorgiva, dunque una "forma d'arte", "di pari dignità della scrittura poetica" - come afferma Tiziano Salari.

Il "pensiero poetante" è giusto anche a mio avviso chiamarlo senz'altro pensiero. Dal mio canto penso in specie al pensiero d'amore della poesia medievale come pensiero che dialoga col Pensiero e che ne è apostrofato e sollecitato.

lo ho sempre sostenuto che si incontra poesia filosofando e si fa filosofia nei modi e vie del poetare. Meglio ancora se si ritiene che sia la poesia a fare se stessa e il poeta. E credo che sia il Poeta Nessunale a toccare Ognuno che viene in questo mondo alitando come lo Spirito o la Ruah biblicamente, quando e come vuole, magari in scritture intime non scritte o appunto scritte nell'intimo, che tendono tuttavia alla disparizione -mobili segnature. Una traccia, questa, della fragilità, o meglio potenza anumana, della poesia, eccedente dall'umano. Anche io abbraccio, mirando alla sostanza del Pensiero, il venir meno dell'umano. Di qui la "frantumazione" o dissoluzione dell'identità dell'io poeta su cui insiste Mario Fresa: morte che introduce il viaggio verso l'Altrove che incombe qui, nel cuore stesso della Modernità. Ed è quindi non solo principio solutore ma anche iniziatore, rovina e splendore dell'umano entro l'umano. Non per nulla il Leopardi molto citato nel dialogo mostra l'altro suo volto direi trovadorico, nel cantare il "Terribile. ma caro / dono del ciel", il "Dolcissimo, possente I Dominator di mia profonda mente": Amore, Pensiero, che visita per rari istanti gli umani donando loro la conoscenza della gioia. Una gioia che non ha nulla a vedere con la felicità dei giorni umani. Ed è la gioia. soggiungo, che desta le immagini dell'anima, nucleo o mente profonda della poesia, e ne è destata. Il Miroir des simples ames di Margherita Porete, che il dialogo cita, è ricolmo di una tale gioia, di un tale excessus mentis. Non chiamerei però "quel limite estremo dove ci conducono i mistici" univocità dell'essere, bensì amorosa ambivalenza, nozze. Ed è la differenza che induce appunto un intelletto poetico d'amore.

Ritengo di conseguenza che quell'Altrove e Altro e principio iniziatore non consista in una "soggettività trascendentale" (Salari) ma in_una trascendenza. La vera immanenza, o presenza vertiginosa del cimento con la Verità, è la Trascendenza. I medievali credo avessero più ragione dei moderni. O più complessamente: la Modernità che invero nell'umano è da sempre, è un primordiale d’essenza, tende a sottrarsi con le sue ruses trrascendentali al principio solutore e iniziatore che la ferisce e consuma, e la spinge a limitari estremi, emarginanti, ma esso è però anche l’aggancio audace con un versante oltreumano ed è, come tale, portatore di novitas. Ma certo occorre pure riconoscersi e misurarsi col "tragico miscuglio di sordido e di sublime" che è la Città dell'umano (Fresa), inscritta con sicuro paradosso nella discesa dell'Invisibile, o del suo fantasma di luce, entro i confini stretti del visbile.

La "passione della Verità" è in primo luogo dolore - dice Tiziano Salari : ma non deve questa passione che è definita "una lotta a ferri corti con la Verità" concepirsi come un abbandono al tocco di quei crudi dolci ferri e ferite d'amore che conoscono i mistici poeti? Se sì, la passione della Verità non è soltanto dolore ma anche gioia, nel senso sopra detto. E perché sia tale occorre vedere nella passione e nel pensiero anche l'amore. Ché "solo nell'amar è il mio esercizio" dice Giovanni della Croce nel Cantico spirituale. E amore è sì il "grido stridente del vetraio" o, più precisamente, se si è capaci di avvertire nel grido del vetraio la canzone, allora il poeta è forte e la poesia vive.

Flavio Ermini nel saggio che chiude il dialogo (Ritratto di poeta come cavaliere con la spada) conferma e ribadisce la ricerca della verità, o l'esperienza della vita, come dolore e finitudine. Se è proprio questo che porta l'uomo e il poeta ai bordi estremi del pensare e del consapere, si rivelerà davanti a lui nel finito l'infinito di una possibilità di sperimentazione aperta a "una galassia mobilissima di varianti e di forme": il "poema interminabile". Ma per questo, ritengo, è necessario riconoscere nell'uomo e nel poeta una natura doppia: l'uomo umano e l'uomo divino, la gioia generante non meno del dolore; la dissoluzione, intensamente interrogante. dell'identità, ma anche la sua iniziazione o nascita a una vita nuova, a mondi altri. Sarà come un trovarsi fasciati nèlla luce. in una nuova luce, come il neonato che, ignaro di vergogna e peso, con tutto il corpo prega, aperto mentre a questo mondo appare chiuso in se stesso.




Torna alla home