Testimonianze su Rubina Giorgi



LETTERA DI PAOLA DE MITRI AD UN’AMICA IN CUI RACCONTA LA SUA AMICIZIA CON RUBINA

Ciao,

sei la sola persona con cui desidero parlare in questi giorni. Mi scuso per la calligrafia, ma la mano destra con cui so scrivere è fortemente attaccata dall'artrite e quindi non la regolo bene e anzi mi affatica anche molto. Non scrivo con il computer perché poi si deve stampare e diventa qualcosa per tutti. Voglio scrivere solo a te.

Leggo e apprezzo tantissimo tutto ciò che è stato detto e scritto su Rubina in questi ultimi tempi, ma non è tutto e non è sufficiente.

La casa e la famiglia di Rubina sono state le mie fin da quando nel 1962 venne a lavorare alla Casaccia come traduttrice dove io lavoravo da impiegata. Appena la vidi mi sembrò chiaro e indispensabile informarla sull'ambiente che aveva intorno e iniziare a difenderla dalle varie persone accaparratrici e false.

Da allora in poi abbiamo vissuto più di un decennio sempre insieme. In ufficio la mattina, corsi di inglese insieme ridendo e divertendoci da morire. La sera a casa dai suoi, cose buonissime, Rubina a scrivere libri ed io a correggere le bozze e andare spessissimo dai suoi carissimi amici Carlo e Mimmi Cutolo, persone geniali e meravigliose con le quali abbiamo riso e sofferto all’inverosimile. I giorni di festa e sempre grande musica a tutto volume di Vivaldi in particolare che Arnaldo, il papà di Rubina, non faceva mai mancare. Qualunque cosa accadesse Rubina mi chiamava: un giorno si era rotta una vena ad Arnaldo e io ci pensai. Un giorno si fidò anche di farsi fare la barba da me.

Rubina aveva conosciuto anche mia mamma e mia nonna e fu proprio Rubina che quando mia mamma morì il 24 gennaio del ‘65 venne ad abbracciarmi e a consolarmi.

Mamma si era chinata in casa per raccogliere le carte da gioco che erano cadute. Ci chinammo insieme, ma solo io mi rialzai. Non sopporto più chi si china. All’epoca si usava portare il lutto ed io indossavo un maglione nero. Dopo qualche giorno venne Rubina e mi regalò un delizioso maglioncino grigio dicendomi che a mamma avrebbe fatto piacere. Cose che non si dimenticano.

Ma che poteva fare una persona viva e attiva come Rubina alla Casaccia?

Ecco che arriva l’Università di Salerno. La cattedra di Estetica e Filosofia del linguaggio. E allora ricerche di case che potessero andar bene ad una persona così speciale come lei. Ricordo di averle fatto affittare una casa ad Albori ma era proprio in corrispondenza di un campanile che suonava in continuazione anche i quarti d’ora. Comunque bei tempi e gite da quelle parti con i suoi amati studenti, ricordo la gita a Contursi particolarmente significativa.

In Casaccia c’era un ottimo apparato di fax che anche Rubina aveva e per anni ci scrivevamo una o due volte la giornata. Senza pagare, una marachella, che meraviglia.

E poi viaggi d’estate ad Ischia, a Positano, al Gargano. Rubina amva il mare ma non era un tipo marino, riusciva ad affogare in un dito d’acqua, ma mi guardava come se fossi la regina del mare.

Mi portava con sé ovunque ci fossero belle persone, belle famiglie, dovunque ci fosse amore e vita.

Ecco il matrimonio con Alessandro, io avevo fatto amicizia con Dora.

Poi è continuata la sua vena di scrittura con Ripostes ed il suo tempo cominciò ad essere più limitato. Ci parlavamo spesso al telefono ma mi rendevo conto di rubarle tempo, il suo tempo prezioso.

Poi, dopo la morte della mamma, non potendo più abitare nella casa paterna di Roma, prese improvvisamente la decisione di andare a Macerata.Macerata è un posto culturalmente molto vivo, accogliente e stimolante. La sua è stata, visto i risultati, una scelta giusta. Ha avuto adesso che è tardi quei riconoscimenti che avrebbe dovuto avere da vari decenni prima. Pazienza, ora tutti elogiano la filosofia, la poesia, il suo straordinario linguaggio, la sua ostinata ricerca e i suoi straordinari scritti e ne elogiano il lavoro l’insegnamento filosofico e di vita fatto all’università.

Ora siamo piene di libri, di recensioni, di ricordi. Io non sono mai riuscita molto ad entrare nei suoi scritti. Lei lo ha sempre saputo. Io le dicevo “Sai, non sono dell’Università” e e lei capiva ma ci provava lo stesso a darmi un piccolo segno.

Sai, io non so neppure qual è il tuo indirizzo e il tuo numero di telefono ma posso dirti che, pur sapendo tutto sulla vita di Rubina e sui suoi libri, tu sei stata privata della cosa più bella di lei che è stato il modo di affrontare il suo andare via.

Questo te lo posso testimoniare perché io c’ero e parlavo con lei, la abbracciavo. Parlavamo. Le ho anche cantato una canzone con la voce che gracchia che ho. Lei ascoltava, si preoccupava per me, per la mia salute, per le mie ossa, ma io tutte le mattine stavo con lei, le tenevo le mani e le dicevo quanto era bella. Era bella, bellissima davvero, non una ruga, sempre un sorriso aperto. Entravano i dottori e anche le dottoresse e dicevano: “Che bella signora”. Lei è proprio bella, lo sapevo e soffrivo ma non le facevo capire e lei faceva lo stesso, stava molto attenta a non far capire agli altri che lei conosceva la sua sorte. Si è fatta tormentare in tutti i modi. Il nove luglio ebbi la sensazione di metterla in difficoltà proprio per quello che dicevo prima, ma Alessandro mi ha detto che mi sbagliavo, che lei con me aveva piacere perché la ravvivavo.

Poi sono cominciate le morfine, le trasfusioni di sangue, l’ossigeno, il catetere, vari svuotamenti di liquido ascitico per farla respirare meglio. Sempre lucida e cosciente, gentile, eroica al punto di scusarsi con i medici per non essere così pronta a fare le cose che le chiedevano e per il disturbo che recava loro. Sempre un sorriso per tutti quelli che aveva intorno. Poche ore prima di morire ha fatto una risatina a Christian che le aveva solleticato i piedi.

Ho odiato le mie ossa che mi hanno fatto perdere quella domenica con Rubina e il Papa e io dovevo guidare e se c’è traffico mi vengono i crampi. Rubina mi conosce e mi ha mandato subito via, ma io non mi perdono. Io non ho mai pensato veramente che morisse. Comunque chiudo dicendo che le lezioni di Rubina non riguardano solo la vita. Lei mi ha dato una meravigliosa lezione di addio. Per me è e sarà sempre qualcosa di SACRO. Ti voglio bene per come sei anche perché volevi bene a Rubina. La sua vita è stata una vita d’amore.

La sua dipartita con amore e in amore come si legge anche dalle ultime righe scritte dalla sua mano e consegnate ad Alessandro e a me un paio di giorni prima di partire.

Mi ha sempre portato con sé dovunque ci fosse amore e vitalità, dove vivevano le persone vive e intelligenti e così mi ha fatto conoscere ed amare subito voi di Pontecagnano, in particolare Lina e Marisa ma anche tutto il resto della famiglia. Ricordi Trentova?

E il nostro amico è diventato poi mio fratello gemello e compagno di tante ore, Franz Theunis e tutta la sua famiglia belga che ho visitato e che sono venuti a visitare me e Rubina amandola molto. Purtroppo l’ho perso due anni fa.

E Aurelio bancario siciliano, dimessosi per dispiaceri coniugali, da Rubina conosciuto in procinto di togliersi la vita ed affidato poi a me per vari anni mio compagno di giochi e discussioni finché con l’andare del tempo tornò in . Andò a Catania e trovò una splendida compagna e due figlie a cui diede i nomi di Paola e Romina. Persone ora forse nel nulla del tempo che passa e distrugge.

Torniamo al 21 giugno. La chiamo come tutti gli anni in quel giorno e scopro che sta male e il 23 sarebbe stata ricoverata, a Roma, al Salvator Mundi. Mi stupì la sua forte preoccupazione, il 23 mattina arrivai alla Salvator Mundi, lei era già arrivata, sembrava stanca ma non stava tanto male. Ci siamo abbracciate e le ho detto di avere fiducia e che ne sarebbe uscita fuori.



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